Tra le centinaia di diverse specie di batteri presenti nell’intestino, l’Intestinimonas butyriciproducens svolge un ruolo chiave nel migliorare la salute metabolica. Secondo uno studio internazionale a cui ha partecipato l’Istituto per il sistema produzione animale in ambiente mediterraneo del Cnr di Portici, in provincia di Napoli (Cnr-Ispaam), questo batterio – già noto per la sua capacità di produrre acido butirrico, un acido grasso a catena corta con importanti benefici per la salute intestinale – è in grado di trasformare in butirrato anche un composto alimentare specifico ampiamente presente nella dieta umana, la Nε-fruttosil-lisina.
Lo studio, coordinato dall’Amsterdam University Medical Center e dalla Wageningen University (Paesi Bassi), è stato pubblicato sulla rivista Microbiome. “La Nε-fruttosil-lisina viene prodotta da una reazione tra zuccheri e amminoacidi, durante la cottura degli Se in eccesso, la molecola può favorire la formazione di composti dannosi come i dicarbonili che, a loro volta, contribuiscono allo stress ossidativo e allo sviluppo di patologie metaboliche. La capacità del batterio – continua – Intestinimonas butyriciproducens di degradare questo composto, trasformandolo in butirrato, risulta quindi fondamentale per la salute umana”.
Il butirrato è noto per il suo ruolo nel mantenimento dell’integrità della barriera intestinale, nel supporto energetico delle cellule e nella modulazione delle risposte infiammatorie e della sensibilità all’insulina. “Lo studio ha evidenziato come le persone con livelli ridotti di questo batterio nel loro intestino tendono ad avere un metabolismo meno efficiente e maggiori rischi di obesità – afferma Troise – mentre l’integrazione del batterio nella dieta ha dimostrato di contrastare l’aumento di peso corporeo, ridurre i livelli di zuccheri nel sangue, diminuire l’accumulo di grasso e migliorare la risposta all’insulina. Per questo I. butyriciproducens può essere considerato un buon candidato per lo sviluppo di nuovi approcci terapeutici a malattie metaboliche come il diabete e l’obesità”, conclude Troise.