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Per una donna incinta perdere il lavoro può essere pericoloso per il suo bambino. Uno studio dell’Istituto per la ricerca sociale ed economica dell’Università dell’Essex, nel Regno Unito, ha collegato la perdita del lavoro a un maggior rischio di aborto spontaneo o di natimortalità. I risultati, pubblicati sulla rivista Human ReproductionHuman Reproduction, ha mostrato che perdere il lavoro raddoppia il rischio che la gravidanza finisca male. Lo studio si basa sui dati di 40.000 famiglie nel Regno Unito, riguardanti un periodo tra il 2009 e il 2022. Include 8.142 gravidanze per le quali erano disponibili informazioni complete sulla data del concepimento e sull’esito della gravidanza. Di queste gestazioni, l’11,6% ha avuto un aborto spontaneo. I casi di natimortalità sono stati 38, pari allo 0,5% dei concepimenti, in linea con le statistiche ufficiali del Regno Unito.

Su 136 donne colpite dalla perdita del lavoro propria o del partner, i 23,5% ha abortito e il 0,7% ha partorito un feto morto. Tra le 8006 donne che non sono state colpite dalla perdita del lavoro propria o del partner, il 10,4% ha abortito e lo 0,5% ha avuto un geto morto. “Le ragioni di queste associazioni possono essere legate allo stress, alla riduzione dell’accesso alle cure prenatali o ai cambiamenti nello stile di vita”, spiega Alessandro Di Nallo, ricercatore del Centro Dondena per la ricerca sulle dinamiche sociali e le politiche pubbliche dell’Università Bocconi di Milano e coautore del lavoro.

Lo stress provoca una risposta fisiologica, rilasciando ormoni che notoriamente aumentano il rischio di aborto o di parto prematuro. Ma è possibile anche che la riduzione del reddito in seguito alla perdita del lavoro possa limitare l’accesso e l’adesione all’assistenza prenatale, così che le gravidanze a rischio vengano scoperte in ritardo o non vengano rilevate.

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