Un percorso lavorativo discontinuo durante la mezza età è associato a risultati cognitivi peggiori negli anni successivi, con differenze tra uomini e donne. Negli uomini, una storia occupazionale irregolare è risultata associata a punteggi cognitivi inferiori e a una maggiore probabilità di compromissione cognitiva; nelle donne, l’instabilità lavorativa e il pensionamento anticipato sono stati associati soprattutto a risultati peggiori nei test di memoria e delle funzioni esecutive. Questo è quanto emerge da uno studio della Columbia University Mailman School of Public Health, pubblicato sulla rivista Alzheimer’s & Dementia e condotto da Erika Beidelman, ricercatrice post-dottorato del Butler Columbia Aging Center.
I ricercatori hanno analizzato 16 anni di dati, raccolti tra il 1998 e il 2014 nell’ambito dell’Health and Retirement Study, uno studio longitudinale sulla popolazione statunitense più anziana. Hanno poi collegato le traiettorie occupazionali dei partecipanti ai risultati della valutazione cognitiva effettuata nel 2016 attraverso l’Harmonized Cognitive Assessment Protocol. Il campione finale comprendeva 2.418 persone, di cui 1.470 donne e 948 uomini, tutte con meno di 65 anni al momento della prima rilevazione della condizione lavorativa.
“I nostri risultati suggeriscono come la continuità occupazionale, più che la sicurezza soggettiva del posto di lavoro, possa essere il fattore maggiormente associato a un invecchiamento cognitivo più favorevole”, afferma Beidelman. Le differenze osservate sono state espresse dai ricercatori anche attraverso un confronto con il declino cognitivo legato all’età. Negli uomini, una storia di occupazione irregolare corrispondeva a un divario nei risultati cognitivi paragonabile a circa sette anni di invecchiamento cognitivo. Nelle donne, il pensionamento anticipato o periodi prolungati al di fuori della forza lavoro erano associati a un divario nei risultati di memoria paragonabile a circa sei anni.




