I figli delle donne che soffrono di depressione durante la gravidanza presentano una maggiore frequenza di disturbi del neurosviluppo e di bisogni educativi speciali, indipendentemente dall’esposizione prenatale agli antidepressivi. L’assunzione dei farmaci è associata a un ulteriore modesto aumento del rischio, che potrebbe però dipendere almeno in parte dalla maggiore gravità della depressione nelle donne sottoposte a trattamento. È quanto emerge da uno studio coordinato da Saraid McIlvride dell’Università di Glasgow, nel Regno Unito, pubblicato sulla rivista PLOS Medicine.
La ricerca ha seguito oltre 167 mila bambini nati in Galles tra il 2009 e il 2016, analizzandone i dati sanitari e scolastici fino al 2022. Tra i figli di madri con depressione, circa 24 bambini su 100 presentavano bisogni educativi speciali quando la madre non assumeva antidepressivi, contro circa 27 su 100 quando era in trattamento. Gli esiti considerati comprendevano i bisogni educativi speciali, tra cui diagnosi di disturbo dello spettro autistico e disturbo da deficit di attenzione e iperattività, oltre a difficoltà di apprendimento, comportamentali, emotive e sociali. L’analisi ha rilevato una maggiore frequenza di alcuni disturbi del neurosviluppo tra i figli delle donne trattate con antidepressivi rispetto a quelli delle donne con depressione non trattata.
Il confronto, tuttavia, non permette di attribuire automaticamente la differenza ai medicinali: le donne con forme più gravi di depressione hanno infatti maggiori probabilità di ricevere una prescrizione farmacologica e la gravità della condizione materna potrebbe contribuire agli esiti osservati. “I nostri risultati non suggeriscono di interrompere automaticamente gli antidepressivi, perché la depressione può danneggiare sia la madre sia il bambino se non viene trattata”, hanno precisato i ricercatori. “Le donne dovrebbero sempre parlare con il proprio medico per valutare che cosa sia meglio nella loro situazione” concludono.




