L’alimentazione a tempo limitato – una forma di digiuno intermittente – può ridurre significativamente l’attività sintomatica della malattia e l’infiammazione sistemica negli adulti con morbo di Crohn e sovrappeso o obesità. A scoprirlo è un nuovo studio dell’Università di Calgary, finanziato dalla Crohn’s & Colitis Foundation dall’Università di Calgary, il primo a dimostrare che mangiare solo entro un intervallo di 8 ore può ridurre l’attività del morbo di Crohn del 40% e il disagio addominale del 50% in sole 12 settimane, rispetto a un programma alimentare standard. I risultati del lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Gastroenterology.
Consumare due o tre caffè al giorno, così come una o due tazze di tè, è associato a un minore rischio di demenza e a una migliore funzione cognitiva. Questo è quanto emerge da uno studio, pubblicato sul Journal of American Medical Association, condotto dagli scienziati del Mass General Brigham, della Harvard TH Chan School of Public Health e del Broad Institute presso il Massachusetts Institute of Technology. Il team, guidato da Daniel Wang e Yu Zhang, ha considerato i dati di 131.821 partecipanti al Nurses’ Health Study (NHS) e all’Health Professionals Follow-Up Study (HPFS). Nel complesso, i progetti tenevano conto di oltre 40 anni di informazioni.
Una ricerca sulla bronchite cronica ed enfisema polmonare (broncopneumopatia cronica ostruttiva), coordinata dall’Università di Udine, ha identificato i parametri (biomarcatori) che misurano le limitazioni del funzionamento dei principali organi coinvolti nella patologia, in particolare quelli dell’attività fisica. Allo studio ha lavorato il gruppo di fisiologia, coordinato da Bruno Grassi, del Dipartimento di Medicina dell’Università di Udine, in collaborazione con le Università di Pavia e di Verona.
Una indagine condotta dal Prof. Silvio Danese e dal Dr. Ferdinando D’Amico dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano rivela un significativo divario tra la crescente consapevolezza del ruolo terapeutico della nutrizione e l’effettivo accesso dei pazienti affetti da Morbo di Crohn a un supporto specialistico.
Un team di ricerca italo-statunitense composto da ricercatrici dell’Istituto per la microelettronica e i microsistemi del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Imm) e dell’Istituto per la sintesi organica e la fotoreattività di Bologna (Cnr-Isof), e da colleghi del Department of Mechanical Engineering della Johns Hopkins University a Baltimora (USA), ha sviluppato una strategia sperimentale che consente di ricreare e studiare in laboratorio una morfologia cellulare molto simile a quella che le cellule del cervello, in particolare gli astrociti, assumono in vivo.
I nuovi farmaci antiobesità si stanno rivelando preziosi alleati per la salute mentale. Da un lato, infatti, aiutano a contrastare l’aumento di peso legato ad alcuni psicofarmaci compromettendo l’aderenza terapeutica, dall’altro potrebbero contribuire a ridurre il rischio di depressione e disturbo bipolare. In sostanza gli agonisti del recettore del peptide-1 glucagone-simile (GLP-1), sono composti simili ad ormoni naturalmente presenti nel nostro organismo sui quali ci sono iniziali evidenze di efficacia, oltre che per il diabete e l’obesità, anche per altre patologie neuropsichiatriche. Lo dimostrano due studi recentemente pubblicati sulle riviste JAMA Psychiatry e BMC Psychiatry, di cui si è parlato in occasione del XXVII congresso nazionale della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (Sinpf), che si è tenuto a Milano.
I disturbi psicotici vengono diagnosticati sempre più spesso e in età più precoce nelle generazioni più recenti. È quanto emerge da un ampio studio osservazionale condotto su oltre 12 milioni di persone in Ontario, in Canada, e pubblicato sul Canadian Medical Association Journal, che documenta un aumento significativo dei tassi di psicosi, inclusa la schizofrenia, tra i nati dagli anni Ottanta in poi.
Mangiare in modo autonomo rappresenta una delle tappe evolutive più significative nel percorso di crescita di ogni bambino e le evidenze scientifiche più recenti suggeriscono che la partecipazione del bambino ai pasti in famiglia sin dall’inizio dello svezzamento, secondo il modello dell’alimentazione complementare a richiesta, può giocare un ruolo importante in un ambito dello sviluppo solo apparentemente distante, quello della comunicazione e del linguaggio.
Un nuovo studio, frutto di una collaborazione internazionale tra gli scienziati del Centro di Ricerca Coordinata “Aldo Ravelli” dell’Università degli Studi di Milano e i ricercatori di altre università internazionali tra cui Yale University, University of California, University of London, riporta un consensus autorevole dei massimi esperti mondiali circa i meccanismi patobiologici delle complicanze neurologiche e psicologiche del Covid-19 e del Long-Covid sia negli adulti che nei bambini, e ne illustra le prospettive terapeutiche attuali.
Una molecola, già studiata in passato per il trattamento di disturbi del sonno e della veglia, mostra per la prima volta la capacità di proteggere i neuroni e favorire la riparazione della mielina nei modelli sperimentali di sclerosi multipla. Lo studio, pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine, identifica bavisant come candidato terapeutico in grado di agire su due dei meccanismi più devastanti della malattia: la degenerazione delle fibre nervose e il fallimento dei processi di rimielinizzazione. Il progetto è stato coordinato dall’Università Vita-Salute San Raffaele e IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.
Quando il rinovirus, la causa più comune del raffreddore, infetta le vie nasali, non è solo il virus a determinare l’esito dell’infezione, ma soprattutto la risposta delle cellule che rivestono il naso. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Cell Press Blue, che mostra come le difese innate dell’epitelio nasale siano in grado di controllare la diffusione del virus e di influenzare in modo decisivo la comparsa e la gravità dei sintomi. I ricercatori della Yale School of Medicine hanno analizzato nel dettaglio il comportamento delle cellule nasali durante l’infezione da rinovirus, dimostrando che una risposta antivirale rapida ed efficace può impedire al virus di replicarsi e diffondersi.
L’intelligenza artificiale potrebbe trasformare radicalmente la cura dei neonati prematuri, consentendo ai medici di prevedere con elevata precisione il loro percorso clinico già nelle prime ore di vita. È quanto emerge da uno studio guidato da Stanford Medicine, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science Translational Medicine, che dimostra come un algoritmo di deep learning possa analizzare campioni di sangue raccolti alla nascita per anticipare lo sviluppo delle principali complicanze legate alla prematurità. La ricerca si basa sull’analisi dei dati di oltre 13.000 bambini nati pretermine in California, utilizzando i tradizionali “dried blood spot” prelevati di routine nei primi giorni di vita.
Una ricerca guidata dall’Istituto di genetica e biofisica “A. Buzzati-Traverso” del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli (Cnr-Igb) , in collaborazione con l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, l’Università degli Studi di Napoli Federico II e la svedese Lund University, ha individuato il ruolo chiave di un tipo di RNA non codificanti - cioè molecole di RNA che non producono proteine, ma svolgono ruoli altrettanto fondamentali nel funzionamento delle cellule - e costituiscono una frontiera ancora in gran parte inesplorata della biologia molecolare.
Crescere in case riscaldate o illuminate con combustibili solidi come carbone, legna o scarti vegetali può lasciare un’impronta duratura sulla salute del cervello. L’esposizione all’inquinamento dell’aria indoor durante l’infanzia è infatti associata a peggiori prestazioni cognitive molti decenni dopo: lo indica uno studio dell’Università di Helsinki pubblicato sulla rivista Social Science & Medicine. La ricerca è la prima a dimostrare in modo sistematico che l’inquinamento domestico nei primi anni di vita può influenzare le funzioni cognitive in età adulta.
La sclerosi multipla non dipende da una singola causa, ma dall’interazione precisa tra un’infezione virale molto diffusa e una predisposizione genetica specifica. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Cell, che chiarisce per la prima volta il meccanismo molecolare attraverso cui il virus di Epstein-Barr e una variante genetica associata alla malattia cooperano per innescare la risposta autoimmune alla base della patologia.
Il vaccino per l’Hpv potrebbe prevenire quasi tremila morti l’anno in Italia dovuti ai tumori correlati all’infezione, ma nel nostro Paese sette genitori su dieci credono che invece questa forma di prevenzione non sia utile, e per otto su dieci l’Hpv non è una malattia grave. Risultato: appena metà della popolazione target, ragazze e ragazzi sotto i 12 anni, è effettivamente protetta. I numeri sono stati presentati dall'Istituto superiore di sanità (ISS).
Uno studio pionieristico Italia-Usa ha rivelato differenze molecolari e funzionali cruciali nelle strutture proteiche degli astrociti, cellule cerebrali a forma di stella, vitali per la salute del cervello: la ricerca, pubblicata su Advanced Science, guidato dal team di ricerca della Prof.ssa Michelle Y. Sander della Boston University, e dal gruppo di Valentina Benfenati dall’Istituto per la sintesi organica e la fotoreattività del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna (Cnr-Isof).
Una grande collaborazione scientifica sta lavorando per sviluppare e validare, nell’arco di 24 mesi, una piattaforma avanzata di elettrofisiologia ad altissima risoluzione, basata su sensori in grado di registrare l’attività elettrica dei singoli neuroni. Per la prima volta sarà possibile ottenere dati spazio-temporali estremamente dettagliati sul funzionamento del cervello e osservare come ogni neurone risponde a un danno o a un trattamento neuroprotettivo. Il progetto, frutto di un accordo tra Corticale, Inmatica e l’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, si chiama "AHEAD – AI-driven High-density Electrophysiology for Advanced Drug Discovery".
Riconoscere il dolore cronico come una priorità di salute pubblica. Lo hanno chiesto gli esperti riuniti a Roma in occasione del congresso “Basic pain support – Aggiornamenti in Terapia del Dolore” ricordando che ne sono colpiti oltre 10 milioni di italiani. “Oltre il 24% degli adulti in Italia soffre di dolore cronico, pari a oltre 10,5 milioni di persone”, sottolinea Flaminia Coluzzi, docente all’Università Sapienza di Roma, AOU Sant’Andrea, e presidente del congresso. Questa prevalenza è in linea con quanto osservato negli altri paesi europei. “Circa un terzo di questi pazienti soffre di un dolore cronico ad alto impatto sulla qualità di vita e sulle capacità lavorative”, aggiunge.
Gli anziani con un reddito più basso possono vivere fino a quasi 10 in meno rispetto ai coetanei più benestanti. È quanto emerge da un’analisi condotta dal National Council on Aging degli Stati Uniti e dal LeadingAge long-term services and supports (LTSS) Center dell’Università del Massachusetts a Boston. I risultati sono stati discussi in occasione del congresso nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, a Napoli. Lo studio ha rilevato che la maggior parte degli anziani non dispone di risorse sufficienti per far fronte a una assistenza sanitaria a lungo termine o a problemi di salute, con una maggiore incidenza della mortalità che arriva a ridurre la longevità di quasi un decennio.