Nel dilagante dibattito sulle notizie fasulle il tema della salute è per definizione cruciale, data la sua importanza, nonché l'ampia presenza di luoghi comuni in materia, cliccati e condivisi fino a suonare autentici. L'allerta è stata rilanciata in questi giorni con un apposito approfondimento dal Censis, che documenta quasi nove milioni di casi di disinformazione su cui si sono imbattuti solo quest'anno i pazienti italiani, più della metà di coloro che hanno cercato informazioni sanitarie sul web.
Da notare che il Centro Studi non propone affatto una stroncatura “tout-court” dell'informazione sulla rete, né della prassi dell'automedicazione. Al contrario, ricorda che “sono molteplici i vantaggi dell'autocura” tramite i farmaci senza obbligo di ricetta. Con essi “17,6 milioni di italiani sono guariti dai piccoli disturbi” (occasionali mal di testa, raffreddori, influenze ecc.), con ricadute positive per giunta per le casse del Servizio sanitario nazionale (in quanto esenti da rimborso). Inoltre, si nota che, a fronte di una fiducia crescente degli italiani nei medicinali da banco (73,4% degli italiani), non manca la cautela.
7 italiani su 10 infatti chiede comunque consiglio al medico o al farmacista prima di procedere al loro acquisto, e il loro consumo (40 euro pro capite l'anno) ammonta a solo la metà rispetto agli altri Paesi europei. Insomma, emerge una complessiva maturità nel nostro paese dinanzi all'aumentare – di per sé positivo – dell'informazione disponibile in rete sulla salute, utilizzata dal 28,4% della popolazione, ma incrementano anche i rischi di “bufale”, con le allarmanti cifre citate sui milioni di loro vittime.
Il “vaccino” migliore, come riconosciuto dall'ampia maggioranza degli italiani, rimane quello di un consulto, se non di una prescrizione, da parte dello specialista. Ed è su questo che peraltro si incrocia, proprio in questi giorni, un'altra statistica, elaborata da Eurispes, ancor più allarmante. È quella sulla “fuga di massa” dei medici stessi: oltre diecimila negli ultimi dieci anni. Si tratta di un amaro quanto netto primato nell'ambito europeo, tant'è che oltre la metà dei camici bianchi espatriati dal proprio Paese sono italiani.
I dati fanno da cornice al clamoroso sciopero dei giorni scorsi da parte dei medici che, a margine di rivendicazioni contrattuali, hanno denunciato un “sottoinvestimento cronico” nel settore. Il problema è di urgente attualità ma ancor più di “prospettiva”. Secondo La Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale, entro il 2023 andranno in pensione quasi 22mila medici, mentre quelli in ingresso, al momento, sono stimati a soli seimila.
L’offensiva dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna (Onda) – qui già raccontato, anche nelle scorse settimane – si irrobustisce di un nuovo tassello. Tra le assidue attività di monitoraggio sulla sanità italiana, con particolare riferimento alla cosiddetta “medicina di genere”, spunta un volume monografico, pubblicato significativamente da un editore scientifico (Franco Angeli), che riassume i tanti aspetti della problematica della salute femminile in età avanzata, proponendosi a strumento effettivo di lavoro, per gli operatori e le famiglie stesse. Il riconoscimento dei problemi – nonché dei propri diritti – è infatti di per sé un’imprescindibile arma per le persone, anche sul piano psicologico.
S’intitola “La salute della donna”, e il nocciolo sta nel sottotitolo: “La nuova longevità: una sfida al femminile”. Il nodo centrale è quello di un paradosso. Le italiane sono più longeve non solo dei maschi, ma anche delle donne di tutto il mondo, eccetto le giapponesi; al contempo, si ammalano di più. A pesare è in parte la stessa speranza allungata di vita, ma anche i ritardi nella presa in carico della specificità delle loro esigenze socio-sanitarie. Avrebbero bisogno di maggiore attenzione, ne ricevono di meno.
Un po’ di cifre: la loro aspettativa di vita supera gli 85 anni, cinque in più degli uomini, forbice che però si allarga in materia di “malanni”: ad avere due o più malattie croniche sono il 72% delle over 75, mentre tra gli uomini si scende al 58%. Sulle gravi disabilità le proporzioni sono, rispettivamente, il 37,8% e il 22,7%. Lo scarto si allarga ulteriormente per alcune patologie, quali l’artrosi, cefalee ed emicranie, osteoporosi, ansia e depressione, Alzheimer e altre demenze senili.
Alla presentazione del libro erano presenti parlamentari, organizzazioni di produttori farmaceutici (le donne, proprio per tali problematiche, sono anche le principali consumatrici di medicinali) e le varie professionalità che hanno contribuito alla pubblicazione. L’approccio, da sempre perseguito da Onda, è infatti necessariamente multi-disciplinare, includendo gli aspetti socio-economici. Il reddito previdenziale femminile è di 6mila euro più basso di quello percepito dagli uomini. E sono le donne a subire due terzi dei maltrattamenti tra gli over 65.
Curiosamente, a testimonianza della loro “tempra”, quasi la metà delle anziane si dichiara comunque soddisfatta della propria esistenza. A maggior ragione, non meritano di essere lasciate sole o con cure poco adeguate, perfino in ambito ricreativo, visto che sono meno coinvolte degli uomini in attività ludiche. Battezzate come “generazione argento”, l’universo delle amate nonne va amato per davvero. “È la sfida più grande oggi: garantire alle donne un invecchiamento sano, attivo e positivo”, spiega la presidente di Onda Francesca Merzagora.
La qualità (oltre alla durata) della vita degli anziani affetti da cardiopatie è oggettivamente migliorata, grazie a un'interventistica sempre meno invasiva. L’ultimo Congresso a Roma, il 78esimo, della Società Italiana di Cardiologia (Sic), è stato anche l’occasione per una ricorrenza storica, quella dei quarant’anni dell’angioplastica, tecnica dilatatoria dei vasi sanguigni concepita nei suoi albori negli Stati Uniti, ma in realtà realizzata anzitutto in Europa, in Svizzera, grazie al radiologo tedesco Andreas Roland Grüntzig.
In Italia tali interventi a titolo “preventivo” sono oramai circa 150mila l’anno, a cui si aggiungono le angioplastiche primarie per il trattamento dell’infarto acuto, oltre quota 35mila. Il consesso non si è limitato del resto alla celebrazione delle conquiste acquisite, ma anche all’annuncio di nuove. È ad esempio il caso della “Tavi”, la tecnica con cui si impianta una valvola di maiale attraverso un catetere inserito in un’arteria della gamba, per combattere la “stenosi valvolare aortica”. Si pratica con un’anestesia solo locale, senza dover ricorrere all’apertura del torace.
Anch’essa, in realtà non è una novità assoluta, essendo già praticata da oltre dieci anni nei pazienti ad altissimo rischio chirurgico, ossia in età avanzata con comorbidità quali l’insufficienza renale o la broncopneumatia cronico-ostruttiva. Il passo avanti, che interessa decine di migliaia di persone, è che l’intervento è stato ora perfezionato e ritenuto pertinente anche per i soggetti a rischio intermedio o basso.
“È una novità riportata quest’anno dalle linee guida europee e ribadite dal documento degli esperti della Sic”, spiega il suo neopresidente Ciro Indolfi. L’aspetto critico è che nel nostro Paese si assiste a un fenomeno di sottoutilizzo. Il fabbisogno della Tavi è stimato in Italia in circa 300 pazienti per milione di abitanti, ma il suo impiego è ridotto a 68 per milione (ben al di sotto della media europea), per giunta con gravi sperequazioni regionali, a discapito delle aree del centro-sud.
Tra gli altri temi recenti, trattati a Congresso, anche la tecnica di riparazione della valvola mitrale (il cui ventricolo sinistro si dilata, riducendo la funzione contrattile) con un semplice “clip”, o anche la sua completa sostituzione per via percutanea, effettuata per la prima volta nell’uomo solo due anni fa, all’Università romana di Tor Vergata. Innovazioni rivoluzionarie, destinate a ridurre gli interventi a cuore aperto quasi al solo novero dei ricordi del passato.
“Pensavo peggio”, ci diciamo talvolta all’indomani di qualche tradizionale appuntamento che “chiama” all’abbuffata. È in particolare il caso delle festività natalizie, complici (oltre ai riti stessi e relative convivialità) le basse temperature che incoraggiano all’alto consumo. La realtà è che quella sensazione di aver decentemente superato lo spauracchio degli eccessi può essere a volte fondata, per la concomitanza di alcune buone ragioni.
La prima (non in ordine di importanza) è che in queste giornate si scatenano più che mai le tv, i giornali e i blog a impartirci consigli, richiesti o meno, su come “sopravvivere” alle tavole lautamente imbandite. L’informazione alimentare insomma dilaga, con ricette che vanno dall’ipotesi di un digiuno assoluto di “ricovero” a una più agevole aderenza alla miglior dieta mediterranea, fino a percorsi addirittura di “prevenzione”, per “disintossicarsi” anticipatamente rispetto alle grandi mangiate.
Le consulenze con i più solidi riscontri scientifici sono comunque quelle che, al netto di alcuni capisaldi universali – molta acqua, pochi grassi saturi, tanta frutta e verdura, ecc. – ricordano come l’ambito nutrizionale vada calibrato e personalizzato in base alle esigenze del singolo, e questo riguarda perfino (come documenta una recente revisione scientifica americana) il precetto, normalmente riconosciuto, sull’esigenza di “distribuire” l’alimentazione in tanti piccoli pasti, anziché in pochi e abbondanti: questo sembra andar bene per molte persone, ma appunto non per tutte.
In ogni caso, al di là della pertinenza di tanta divulgazione alimentare pre-festiva, essa ha comunque il merito di richiamare la nostra attenzione a quel che mangiamo. Insomma, siamo portati a “pensarci” un po’ di più, il che può esser di per sé positivo, e si aggiunge a un’altra variabile, ossia la qualità del cibo. Lo documentano anche le organizzazioni degli esercenti e degli agricoltori: gli italiani restano ai vertici europei in materia di spese natalizie, la cui prima voce (dopo i regali), è quella alimentare, anche grazie a scelte di qualità.
È un aspetto non da poco, che fa da contraltare all’allarme, rilanciato recentemente da un istituto molisano (qui già raccontato) circa l’impatto della crisi sulle scelte alimentari di risparmio (fuori dalle festività) degli italiani, nonché del loro impatto sulla salute, inclusa l’obesità. “Tra le persone che chiedono il sussidio di povertà, il 30% è obeso”, ricorda la francese Gabrielle Deydier, autrice di “Non si nasce grassi”, e testimonial di una “Giornata contro la grassofobia” mobilitata lo scorso 15 dicembre a Parigi. Il tema era la presenza di discriminazioni ed etichette sgradevoli nei confronti dell’obesità, che spesso è dovuta a specifiche patologie e non a un generico “mangiare troppo”. La scarsa qualità del cibo è invece un fattore inconfutato, e anche in Italia costituisce appunto un allarme socio-sanitario di rilievo. Le ricorrenze di fine anno, a quanto pare, fanno virtuosa eccezione.
Non è una bocciatura della dieta mediterraena, è semmai un segnale d'allarme sul peggioramento della qualità delle scelte alimentari complessive in relazione all'irrompere, quasi dieci anni fa, della più grave recessione del dopoguerra. Lo lancia un'indagine, pubblicata sul Journal of Public Health, e realizzata dai ricercatori italiani dell'Irccs Neuromed (col sostegno di una borsa della Fondazione Veronesi) di Pozzilli, in provincia di Isernia, istituzione di punta nella ricerca sulla salute alimentare, e in particolare sull'obesità.
Lo studio è stato condotto su oltre 1.800 italiani tra i 28 e gli 83 anni. E' emerso anzitutto che oltre una persona su cinque ha modificato le proprie abitudini alimentari a causa della crisi. Scomponendo poi quel dato su variabili socio-economiche e territoriale, l'incidenza è risultata massima tra le fasce più deboli. “La tendenza a modificare l'alimentazione per effetto della recessione risulta maggiore per chi vive al Centro o nel Sud Italia, ma anche fra le persone con un livello d'istruzione più basso o con reddito familiare medio-basso, fra i disoccupati e fra chi svolge lavori manuali”, spiega l'epidemiologa Marialaura Bonaccio.
Notevole, in particolare, l'impatto su uno dei capisaldi della dieta mediterranea, il pesce, il cui consumo è stato ridotto dal 68% delle persone che hanno vissuto un peggioramento delle proprie condizioni, mentre è rimasto stabile l'acquisto dei cibi a più buon mercato, e in particolare i cereali. Si è insomma introdotto un grave fenomeno di “discriminazione alimentare”, che rilancia l'urgenza di risposte adeguate, nell'ambito dell'assistenza sanitaria e, più in generale, della lotta alle diseguaglianze.
L'effetto è anche sulla qualità dei prodotti acquistati, oltre che sulla quantità. “Alcuni ipotizzavano che la crisi potesse anzi diventare terreno fertile per limitare il consumo di alimenti non proprio benefici come prodotti lavorati, o 'osservati speciali' come la carne rossa”, nota Bonaccio, spiegando che l'indagine – così come uno studio analogo effettuato in Grecia – ha del tutto smentito tale ipotesi.
A essere smentito è anche l'ultimo Bloomberg Global Health Index, che quest'anno aveva promosso l'Italia quale “Paese al mondo dove la salute è migliore nonostante la crisi”. Che non fosse vero lo ha documentato tra l'altro un rapporto dell'Istat: siamo tra i più longevi, certo, e lo siamo anche grazie alla stessa dieta mediterranea, ma ci ammaliamo più spesso di altri, specie in età avanzata. E se questo avviene, è anche perché, a quanto pare, mangiamo peggio.
È un sottile quanto diffuso stereotipo, sovente rivendicato dalle donne. Quello di esser più “tenaci” all'irrompere di un'influenzetta, mentre l'altro sesso a volte si ritrova messo in ginocchio anche da un banale raffreddore o da un paio di linee di febbre. Ed è un preconcetto talmente esteso che in inglese sta nei dizionari, con la locuzione “man flu”, che descrive uno stato di lieve disagio, lamentato da molti maschi tragicamente, fino a denunciare pesanti influenze anche quando insussistenti.
Ora, un approfondimento canadese, pubblicato sul British Medical Journal, corregge il tiro, anche se per certi versi lo allunga. La smentita è sul fatto che l’uomo si lamenti invano, per qualche sorta di fragilità psicologica, mentre la realtà è che egli davvero soffre più del gentil sesso, per documentate ragioni fisiologiche.
Lo studio, firmato dal professor Kyle Sue, della Memorial University di Terranova, riesamina criticamente la letteratura scientifica pregressa in materia. Più un pamphlet, dunque, che una ricerca rivoluzionaria. Nondimeno, la conclusione è documentata ed eloquente: “Gli uomini hanno una risposta immunitaria più debole alle infezioni delle vie respiratorie e della febbre, con sintomi peggiori e rischi aumentati di finire in ospedale e di morire”.
Perché tanta debolezza? La colpa sarebbe del testosterone, che debiliterebbe l’uomo esponendolo ad un rischio maggiore di contrarre l’influenza, di sviluppare complicazioni fino a patologie respiratorie acute e perfino di ridurre l’efficacia della vaccinazione.
Dati da prendere sul serio, perché il permanere del pregiudizio può mettere seriamente a rischio la salute del genere maschile, inducendo a sottovalutare i suoi sintomi influenzali che viceversa meritano la dovuta attenzione e le necessarie cure.
Gli italiani tendono perlopiù a fidarsi e ad affidarsi al Servizio Sanitario pubblico, e del resto non potrebbero altrimenti, dati i costi per molti non sostenibili della sanità privata. Purtroppo, non è sempre una fiducia ben riposta. Lo documenta il rapporto annuale PIT Salute, relativo al 2016 (è il ventesimo), divulgato in questi giorni dalla più grande rete nazionale dei pazienti, Cittadinanzattiva, nel quale si lamentano disservizi e le troppe burocrazie, sullo sfondo di una preoccupante tendenza al risparmio del sistema sanitario nel suo insieme.
Tra le lamentele più diffuse, in vistosa crescita quelle sulle liste d’attesa (salite nell’arco di un anno dal 34,3% dei pazienti al 40,3%) e sugli alti costi dei ticket, con disagi per la mancata esenzione (segnalati dal 31%, 7 punti in più rispetto al 2015). Si attende di più, si spende di più, e si deve anche faticare di più con gli oneri burocratici. Oltre la metà delle persone coinvolte, ad esempio, lamenta problemi nella presentazione della domanda per il riconoscimento dell’invalidità, ed è costretta poi ad aspettare ben 7 mesi per la convocazione a prima visita, e altri 9 per la ricezione del verbale definitivo, mentre per l’erogazione dei benefici l’attesa arriva mediamente a un anno.
Il problema degli alti costi non esclude l’ambito farmacologico, il che rilancia l’urgenza del ricorso ai medicinali equivalenti, di identico principio attivo ma a minor prezzo rispetto ai brand, tanto da essere perorati dalla stessa Cittadinanzattiva in diverse campagne (inclusa “IoEquivalgo”).
Particolarmente critici alcuni aspetti relativi alla qualità dell'assistenza. In particolare, oltre la metà dei pazienti lamenta “dimissioni improprie” dopo un ricovero, come se l'ospedale avesse fretta di sbarazzarsi del caso, e quasi un terzo denuncia difficoltà a essere poi preso in carico dall'assistenza territoriale in sede di riabilitazione. Una buona notizia arriva invece sul fronte degli errori, diagnostici o terapeutici, percepiti in calo.
Curiosamente, l'ultimo aspetto – con relativi “scandali” - è proprio quello che tende a occupare di più le pagine dei giornali, mentre le problematiche lamentate dai pazienti sono generalmente ben altre, e strutturali. “I cittadini non ce la fanno più ad aspettare e a metter mano al portafoglio per curarsi, serve più Servizio Sanitario Pubblico, più accessibile, efficiente e tempestivo”, incalza Tonino Aceti, Coordinatore del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, La ricetta indicata è semplice: servono più fondi per la Sanità, non di meno.
Che non sia usato come ennesimo alibi ma, a quanto pare, l’efficacia delle strategie anti- tabagismo è condizionata anche da fattori genetici, rilevabili tramite un semplice prelievo del sangue. Lo documenta una ricerca italiana, dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, pubblicata nei giorni scorsi anche su Scientific Reports (gruppo Nature).
Sono stati seguiti per dodici mesi 337 fumatori che hanno seguito una terapia orientata appunto a smettere. Il risultato è stato raggiunto dal 70% di loro, anche se, al riscontro al termine dell’anno, il “passo” è risultato definitivo solo nel 47% dei casi. La novità “clinica” è comunque nell’identificazione di alcune variazioni del Dna, localizzate nei geni che determinano i recettori della nicotina, i quali avrebbero un duplice impatto: sull’esposizione al rischio di dipendenza dalla stessa; ma anche sul livello di difficoltà ad abbandonare il fumo.
È il secondo aspetto qui a interessare, perché apre la strada a “strategie personalizzate” di emancipazione dal fumo, in funzione del proprio “codice genetico”. Si tratta del “primo passo verso l'individuazione di un profilo genetico individuale, sulla base del quale si potrà definire un percorso terapeutico di disassuefazione dal fumo il più personalizzato possibile”, spiega la ricercatrice Francesca Colombo, coordinatrice dello studio.
La letteratura scientifica sui gravissimi danni del fumo è abbondante (con una strage stimata ad almeno 6 milioni di morti l’anno), così come la “calibratura” degli effetti di breve e lungo periodo dell’atto di smettere. Nelle ultime linee guida dei Centers for Disease Control and Prevention americani, si ricorda tra l’altro che il completo azzeramento dei rischi sanitari – rispetto ai non fumatori – viene raggiunto solo dopo vent’anni.
Attenzione, però, perché gli spauracchi sui tempi di un completo recupero, assieme all’intera narrazione sulle “grandi difficoltà” a smettere di fumare, di fatto suonano altamente scoraggianti, tanto da esser graditi alle multinazionali del tabacco, se non addirittura parte delle loro strategie di marketing. Smettere può invece essere relativamente facile, e la ricerca milanese è destinata a produrre strategie e attenzioni che semplificheranno ulteriormente il “passo”. Soprattutto, al di là del permanere di alcune “tracce” del danno nel lungo termine, la realtà è che il sollievo per l’organismo è immediato: lo stesso documento statunitense ricorda che a soli 20 minuti dall’ultima sigaretta si arriva a un ripristino delle funzionalità cardiache, che solo dodici ore di astinenza consentono una purificazione di polmoni e sangue, e che i livelli di nicotina si azzerano solo dopo tre giorni.
Esistono finalmente “ospedali a misura di donna”, almeno un po’ attrezzati alle esigenze specifiche di cura dell’universo femminile, e tuttavia “molti non si fanno ancora valutare”. Non è sempre colpa dei giornalisti se, nell’arco degli anni, riscrivono sul tema sostanzialmente lo stesso articolo, a volte perfino con lo stesso titolo: la notizia è purtroppo il perdurare della problematica, nonostante le campagne e le prese di posizioni, anche dai vertici della Sanità italiana.
Il primo dato che salta agli occhi dall’ultimo “censimento” (consultabile on-line) diffuso in questi giorni con un evento al ministero della Salute – a dieci anni dal primo - è infatti la ribadita riluttanza di molte strutture a prestarsi al questionario di circa 300 domande (suddivise in 16 aree specialistiche), sebbene promosso dal riconosciuto Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna, e curato da una commissione coordinata dal presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Walter Ricciardi. Sono state interpellate un migliaio di strutture italiane, tra i circa 1500 ospedali e case di cura convenzionate, ma hanno risposto purtroppo solo in 324.
Il bicchiere, comunque, è anche “mezzo pieno”. Di quelle strutture, ben 306 sono state “promosse” (con prevalenza per le regioni del centro e soprattutto del nord, ma qualche eccellenza anche al sud e nelle isole), mentre all’ultimo sondaggio erano state 242. Morale, ha risposto perlopiù chi aveva qualcosa da dire, ed è una cifra in seppur timida crescita. Tra le strutture premiate, 52 hanno ottenuto una “stella”, 183 ne ha avuto due, altre 71 tre, con “menzione speciale” per tredici ospedali attrezzati di un percorso diagnostico-terapeutico dedicato alle donne anche nel delicato, quanto rilevante, ambito della cardiologia.
I criteri sono infatti quelli della presenza di aree specialistiche dedicate alla popolazione femminile, l’appropriatezza dei percorsi diagnostico-terapeutici, ma anche l’offerta di servizi aggiuntivi, dalla telemedicina all’assistenza sociale. Sono insomma i capisaldi della “medicina di genere” che, come qui più volte segnalato, lungi da essere un concetto “ideologico”, muove dall’assunto che i due generi richiedono attenzioni fisiologiche e sociologiche specifiche, dalla diagnosi alla terapia, e perfino nella ricerca farmacologica.
“Non è un fattore politico ma scientifico”, ribadisce la stessa ministra Lorenzin, elencando gli obiettivi: “Il benessere riproduttivo, l’appropriatezza dell’assistenza nel percorso nascita e la promozione della salute della mamma e del suo bambino, l’informazione delle donne relativamente ai rischi collegati al periodo post-fertile come quello osteoporotico e cardiovascolare, oltre a tutte le politiche di prevenzione dei tumori e delle patologie sessualmente trasmissibili”.
Tra periodiche discussioni e non poche “fake news” sul tema generale dei vaccini (consigliati anche dai medici più critici verso il mondo farmacologico), con conseguenze negli ultimi anni sulla propensione a immunizzarsi, esiste qualche ragionevole quesito sull’opportunità o meno di vaccinarsi contro l’influenza per alcune categorie specifiche. È il caso, in particolare, delle donne in gravidanza. Va da sé che la miglior risposta è, anche in questo caso, quella condivisa tra medico e paziente, in relazione alle sensibilità e situazioni specifiche.
Qualche informazione di portata generale comunque c’è, tanto da trovare espressione anche in un bollettino aggiornato nei giorni scorsi dal Ministero della Salute. Ebbene, la vaccinazione per le donne incinte è, non solo consigliata, ma anzi raccomandata nel secondo e terzo mese di gravidanza, tanto da includerle nelle categorie “sensibili” (quali gli anziani, i bambini e gli adulti affetti da malattie respiratorie o cardiovascolari), per le quali è “offerta attivamente e gratuitamente”.
Le ragioni di questo sono state recentemente ricordate, ad esempio, sul Corriere della Sera, da Antonio Clavenna, dell’Istituto Mario Negri di Milano responsabile dell’Unità dell’Unità Farmaco-epidemiologia del Laboratorio per la Salute Materno-Infantile. Spiega che l’esistenza di rischi per il feto derivante da un’influenza della gestante sono ancora dubbi. C’è chi ipotizza un aumento di rischio di aborto prematuro o di aborto spontaneo, ma è un “riscontro non confermato in altre analisi”.
Il rischio però c’è e riguarda la gestante stessa, e questo coinvolge appunto gli ultimi sei mesi di gravidanza. In questa fase “l’organismo va incontro a modifiche che riguardano, tra l’altro, la circolazione sanguigna e l’apparato respiratorio, la donna in attesa si trova in una situazione di maggiore fragilità, per certi aspetti simile ad altri gruppi a maggior rischio di complicanze influenzali”. Insomma l’influenza andrebbe seriamente evitata, anche se, nota ancora l’esperto, l’immunizzazione diminuisce il rischio di ammalarsi, ma non lo azzera del tutto.
E per quel che riguarda gli eventuali rischi derivanti invece dal vaccino? Del tutto insussistenti, sia per la madre che per il nascituro. Rimane il quesito sul perché lo stesso Ministero confini la sua raccomandazione al secondo e terzo trimestre e non coinvolga il primo. La risposta è semplicemente in quanto già detto: anche se non sono mai emersi danni dal vaccino influenzale, si preferisce tenere una prudenziale, massima cautela, confinando gli appelli alle categorie più a rischio di complicanze per l’arrivo dell’influenza: le gestanti dopo il terzo mese di gravidanza sono tra queste.
La pianta è violacea, la spezia estratta è rosso fuoco, e dopo il passaggio in pentola si trasforma in quell’inconfondibile giallastro che tinge il nostro risotto alla milanese e migliaia di ricette asiatiche. La “magia” dello zafferano sembra però non limitarsi al colore (e al profumo), coinvolgendo altresì virtù terapeutiche, perfino dinanzi a una patologia estesa quanto per certi versi ancora misteriosa, ossia la più diffusa delle forme di demenza.
Non è una novità assoluta che lo zafferano abbia potenziali benefici verso l’Alzheimer, alcuni studi, soprattutto statunitensi, lo hanno già ipotizzato negli ultimi anni e in Iran, il suo principale produttore mondiale, li si rivendica da sempre nelle tradizioni locali.
L’ultima conferma scientifica arriva però dal nostro Paese, e appare anche tra le più convincenti e specifiche. La si legge sul Journal of the Neurological Sciences, in uno studio a firma del Laboratorio di Neurogenetica del Centro Europeo di Ricerca sul Cervello (Cerc) dell’Irccs Santa Lucia di Roma, che ha avuto come presupposto proprio nelle conoscenze acquisite sull’“enorme potenziale neuro-protettivo” della spezia. “Lo zafferano contiene potenti antiossidanti e molecole bioattive, quali crocine e crocetine”, spiega infatti il direttore del Cerc, Antonio Orlacchio. Da qui la sperimentazione, effettuata dapprima in vitro sulle cellule immunitarie di 22 pazienti con un declino cognitivo ancora lieve, e poi su alcuni roditori anziani, facendo leva, in particolare, sulla “trans-crocetina”, uno dei componenti attivi dello zafferano.
È così emersa la sua capacità di attivare un enzima di degradazione cellulare, chiamato catepsina B, che aggredisce la proteina tossica beta-amiloide, il cui accumulo è il principale indiziato della morte delle cellule nervose, e quindi dell’offuscamento cerebrale del malato di Alzheimer. “Il tutto senza che a livello cellulare sia emersa alcuna forma di tossicità”, nota soddisfatto Orlacchio.
Niente effetti avversi ed elevati potenziali terapeutici, dunque. L’orizzonte di un farmaco anti-Alzheimer ricavato dallo zafferano sembra concreto e abbastanza vicino. Serviranno ulteriori approfondimenti, e naturalmente il passaggio sperimentale in vivo sui pazienti. Secondo il direttore del Cerc, il potenziale sarebbe alto soprattutto per quelli affetti dalla forma non ereditaria della patologia, che è la più diffusa.
Se ci fanno schifo, ora abbiamo qualche motivo scientifico in più. Una ricerca della Penn State University (supportata dal governo di Singapore), pubblicata su Scientific Reports, ha accertato la capacità delle mosche, “ben superiore a quanto finora pensato, anche dalle autorità di salute pubblica”, di trasportare e diffondere centinaia di batteri, inclusi alcuni assai nocivi per la salute umana. Si tratta, cioè, dell’evidenza scientifica riguardo al ruolo di questi insetti come “potenti vettori di gravi patogeni”, avvertono gli studiosi americani.
Sono stati esaminati 116 esemplari della specie “Musca” domestica, presenti ovunque, nonché mosconi, detti “Chrysomya megacephala”, presenti perlopiù nei Paesi equatoriali. In questi ultimi sono state identificati 310 tipi diversi di batteri, nelle prime, che volano anche nelle nostre case, addirittura 351. Complici la loro attitudine a nutrirsi e toccare le feci e altre fonti “sporche”. E tra i batteri, ve ne sarebbero di molto pericolosi, quali l’Helicobacter pylori, foriero di gastriti e ulcere, e forse anche il cancro gastrico.
Un aspetto, giudicato “sorprendente” dagli stessi studiosi, è che la presenza batterica è risultata impennarsi negli ambienti urbani. Inducendoli a un sinistro monito: “E’ bene che pensiate due volte a mangiare un’insalata di patate a un picnic”, e se proprio vi piace il picnic, meglio una sana campagna che l’illusione inquinata di un parco urbano, dicono.
“È il primo studio capace di captare l’intero contenuto microbiotico del Dna di questi insetti”, rivendicano i ricercatori americani. Gli organi trasportatori più efficaci sarebbero le ali e, soprattutto, le zampe. A quanto pare, anche quando volano, “i batteri sopravvivono al viaggio, crescendo e riproducendosi sulle loro superfici”, lasciando a ogni tappa “una traccia di colonie microbiotiche”, quantomeno se trovano adeguata dimora molecolare nelle nuove superfici.
Allarmismi a parte, non tutti i mali vengono per nuocere, anzi. Tale “capacità” delle mosche potrebbe renderle una sorta di “droni viventi”, funzionali a un “sistema di early-warning delle malattie”. Potrebbero essere cioè utilizzate come indicatori della popolazione virale e batterica dei diversi ambienti, inclusi quelli più piccoli. Insomma, come negli avventurosi film d’animazione a lieto fine, le mosche potrebbero essere trasformate da insidie patogene a preziose sentinelle ambientali. A patto di saperle usare.
Tra eventi informativi, distribuzione di profilattici al supermercato (Coop), video promossi dal ministero della Salute (testimonial Giulia Michelini e Dario Vergassola), convegni scientifici e un’ampia copertura dalla stampa italiana, la Giornata Mondiale della lotta all’Aids, ricorsa lo scorso primo dicembre, ha segnato un oggettivo successo sul piano della divulgazione. Che forse è l’ambito più importante per una patologia su cui la scienza ha fatto molti passi avanti in tema di diagnosi e cura, ma che sconta ai giorni nostri un problema di ingiustificata sottovalutazione.
“L’Onu ci dice che l’Aids può essere sconfitto entro il 2030 se si mettono in atto tutte le opportunità di prevenzione e trattamento disponibili, assicurando a tutti e tutte parità e dignità di trattamento”, nota la Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids (Lila), che ha tra l’altro celebrato i suoi trent’anni di attività, rinnovando il suo appello fondamentale: “pregiudizi, stigma e disinformazione sono i primi nemici della prevenzione e della salute”.
Nemici che negli ultimi anni hanno rialzato la testa: “Il numero annuo di nuove infezioni non cala in modo significativo da oltre un decennio”, nota il presidente Lila Massimo Oldrini, chiamando esplicitamente in causa “un progressivo calo dell’attitudine a proteggersi nei rapporti sessuali”. Nel dettaglio, sono state effettuate l’anno scorso 3.451 nuove diagnosi di infezione da Hiv, in diminuzione solo lieve, specie per quel che riguarda gli under 25. E la causa è stata identificata nel l’85,6% dei casi in rapporti non protetti.
Il problema riguarda solo i giovanissimi? Tutt’altro. L’età media del contagio è stata calcolata sui 39 anni tra gli uomini e attorno ai 36 per le donne. È insomma un difetto generalizzato, che si traduce in un fenomeno amplissimo di persone affette senza saperlo. Oltre la metà dei 778 nuovi casi di Aids nel 2016 e risultato costituito da pazienti che non erano neppure coscienti di essere sieropositivi.
Gli strumenti per un’inversione di rotta ci sono, dalla presenza di semplicissimi test diagnostici eseguibili in pochi minuti nelle farmacie italiane, all’efficacia terapeutica di molti medicinali odierni, inclusi gli “equivalenti”.
All’evidenza, però, la svolta coinvolge innanzi tutto quel fenomeno di “ritorno d’ignoranza” degli ultimi anni sulla malattia e sulla prevenzione, ossia sulla necessità di “proteggere” i propri rapporti sessuali. L’obiettivo del 2030 dipende anche – anzi, prima di tutto – da ciascuno di noi.
Oltre due secoli nella cultura filosofica britannica si affermò la dottrina etica dell’utilitarismo che tra l’altro identifica il bene con il piacere e la felicità per il maggior numero di individui.
Il tema continua a essere oggetto di specifiche analisi a livello mondiale, anche in ambito medico-scientifico. In Danimarca (con collaborazioni internazionali) è stato creato un “Happiness Research Institute”, che adesso ha completato un apposito “World Psoriasis Happiness Report 2017”, per rilevare comparativamente il livello di “felicità” tra le persone affette da questa patologia.
L’indagine ha coinvolto anche l’Italia, che risulta purtroppo agli ultimi posti in classifica: 16esima sui 19 Paesi avanzati considerati. I pazienti italiani sarebbero mediamente “più stressati tristi degli altri”. L’aspetto interessante della classifica sta nelle variabili che l’hanno determinata, perché su alcuni aspetti la graduatoria in realtà si rovescia: nel nostro Paese a pesare negativamente è soprattutto il livello di assistenza nel suo insieme.
I sintomi più tipici, quali la comparsa di arrossamenti, chiazze e desquamazioni potrebbero suggerire la presenza di un “fattore culturale” legato all’enfasi sull’“estetica” nel nostro Paese, e alle percezioni correlate di un possibile stigma in proposito. Ad esempio, al pari degli altri Paesi, l’incidenza delle desquamazioni sul grado di felicità è inferiore a quello procurato dalla comparsa di problematiche articolari.
Più eloquente ancora, la sensazione di “solitudine” sociale legata alla patologia non è maggiore nel nostro Paese, ma anzi inferiore: coinvolge il 28% dei malati di psoriasi, mentre nel Regno Unito, ad esempio, si arriva al 48%. Analogamente, la maggioranza dei pazienti italiani valuta positivamente il livello di competenza e comprensione sulla loro condizione nel medico curante. Insomma, l’indagine sembra confermare la permanenza in Italia di una rete sociale di sostegno, che include il medico di base.
Cos’è che allora non va nella percezione degli italiani, tanto da collocarli agli ultimi posti negli indici complessivi di “felicità”? Il difetto più vistoso sta nella sfiducia nell’aiuto fornito dal Servizio Sanitario Nazionale. La media globale è intorno alla metà dei pazienti, in Italia si sale a due terzi. E’ solo un questionario e, benché esteso, non esaurisce certo l’esame della problematica, ma il contrasto emerso tra il sostegno “di prossimità” ricevuto e quello scarsamente percepito dal sistema-sanità nel suo complesso è un’indicazione che converge con altri studi analoghi.
Una curiosità a margine: sul sito dell’Istituto danese c’è una sezione che pone il quesito: “Come posso diventare più felice?”. La risposta sembra disarmante: “Purtroppo non abbiamo nessun consiglio, suggeriamo alle persone di chiedere aiuto personale ai professionisti della salute”. In realtà è la risposta esatta, ed è quella che ogni serio portale di informazione sanitaria dovrebbe fornire. Giornali e web possono e devono informare, ma le risposte e le terapie vanno cercate solo di concerto con il proprio medico.
C’è chi tira in ballo l’eccesso di partite, chi i nuovi scarpini che solleciterebbero troppo le articolazioni, chi la qualità dei terreni di gioco, inclusi i nuovi campi sintetici. Si discute, talvolta tra gli addetti ai lavori si litiga anche, ma sta di fatto che per i calciatori, a iniziare dai professionisti, i conti non tornano mai.
Gli infortuni ai crociati, anche gravi e reiterati sul medesimo atleta, sono in aumento e a primeggiare nell’amara classifica, secondo l’Uefa, è proprio il campionato italiano.
Su questa tematica ha preso il via nei giorni scorsi all’Università Campus Bio-Medico di Roma un apposito Master biennale di Secondo Livello in Traumatologia dello sport, che naturalmente interesserà non solo l’universo professionistico. Nel 2011 l’Istituto Superiore di Sanità ha documentato 300mila infortuni muscolo-scheletrici e articolari l’anno - in quasi la metà dei casi dovuti al calcio o al calcetto - che hanno determinato oltre 15mila ricoveri ospedalieri.
Dietro ai dati allarmanti non mancano peraltro un paio di buone notizie. La prima è che le tendenze all’aumento riflettono tra l’altro un incremento delle persone che svolgono attività fisica, anche in età molto avanzata, nonché il progressivo miglioramento dei trattamenti articolari, ortopedici e farmacologici, di prevenzione e di cura. La seconda è che l’attività fisica è di per sè foriera di miglioramenti capaci di incidere sulla stessa salute articolare.
In proposito, il co-direttore scientifico del Master, Vincenzo Denaro, cita uno studio recente, da cui emerge come l’attività motoria sia anche in grado di attivare due ormoni (l’irisina e l’osteocalcina, che a sua volta stimola le gonadi maschili a produrre testosterone), i quali, oltre a favorire lo sviluppo della massa muscolare, agiscono sul buonumore, con ricadute fisiologiche. “L'attività fisica - ricorda Denaro - è uno dei migliori presidi di carattere non farmacologico per la stimolazione della fase osteoblastica e quindi del metabolismo osseo, rappresentando uno dei migliori rimedi naturali per l'osteoporosi”, spiega l’ortopedico.
Il punto è che non bisogna esagerare, come emerge chiaramente tornando al professionismo. Una corposa indagine dell’Università di Nottingham sugli ex calciatori professionisti britannici ha rivelato che la loro esposizione all’artrosi e ad altre problematiche articolari è triplicata rispetto al resto della popolazione, il che chiamerebbe in causa il logorio dei “micro-traumi ripetuti” nell’ambito dell’attività sportiva pregressa. Rischi di infortuni, ma dunque anche problemi di lungo termine. Troppe partite, tempi di recupero scarsi, allenamenti non “calibrati: le cause possibili sono tante e (come il nostro corpo) vanno guardate nel loro insieme, con un approccio “olistico”. Non mancano, comunque, alcune colpe specifiche. “Nel nostro Paese esistono grandi centri che tentano di uniformare la loro attività agli standard europei, ma troppi invece sperimentano per conto loro”, denuncia il direttore del Master Rocco Papalia. E i risultati poi si vedono sul campo da gioco.
C’è un drammatico paradosso, segnalato da un’indagine dell’Associazione Lotta alla Trombosi (Alt): solo un italiano su tre sa cosa sia la “trombosi”, evento che colpisce circa 600mila italiani l’anno (il doppio dei tumori) e ne uccide almeno 230mila. Si tratta di una condizione determinata dalla coagulazione del sangue nelle arterie o nelle vene da cui ha origine un “trombo”, ovvero un grumo, che può avere conseguenze gravissime: ad esempio un infarto (se il trombo ostruisce un’arteria coronarica o altre che nutrono il muscolo cardiaco), un’ischemia cerebrale o ictus (se raggiunge la carotide), o anche l’amputazione della gamba (se si forma nel cuore e si frammenta in emboli che bloccano le arterie degli arti inferiori).
Un capitolo particolare - segnala l’Alt - è poi quello relativo ai bambini: ad esserne colpiti sono uno su 50 mila, ma il dato si quintuplica per il piccoli ricoverati, specie per problemi cardiovascolari o tumorali, con l’aggravante di un difetto diffuso di diagnosi precoce.
Con questo obiettivo l’Associazione ha istituito da sette anni un apposito “Registro Italiano delle Trombosi Infantili” (Riti): “Con esso abbiamo raccolto dati preziosi, con la collaborazione di tutti i centri pediatrici ospedalieri italiani, e ora i medici iniziano a diagnosticare di più questi casi”, racconta uno dei suoi fautori, Paolo Simioni, dell’Università di Padova. Il Registro è un progetto che vive di contributi volontari, per questo è stato rilanciato in questi giorni, in occasione del “Black Friday”.
Effettuando una donazione di 20 euro (l’Iban è IT67C0311101626000000013538) si può ricevere l’“Agenda del cuore 2018”, a carattere informativo, contribuendo concretamente alla sfida della prevenzione: “In almeno un caso su tre – nota ancora l’Alt – la trombosi può essere evitata, e questo riguarda tutti”. Fondamentale, anche in questo caso, un corretto stile di vita: un’alimentazione equilibrata, senza eccessi – siano essi carboidrati o proteine – e con tanta frutta e verdura; naturalmente evitare l’alcol, il fumo e altre droghe. E soprattutto il movimento, perché la sedentarietà è la migliore alleata della trombosi.
Un'altra “giornata mondiale”, dedicata stavolta al pancreas, e motivata, anzitutto, dalle cifre assai preoccupanti. I tumori in proposito sono incrementati del 60% negli ultimi anni in Italia. 8600 furono diagnosticati nel 2002, quest'anno sono stimati a quasi 14mila. Le ragioni sono molteplici, dall'invecchiamento della popolazione ad alcune cattive abitudini, tra il fumo (l’indiziato numero uno), la sedentarietà e sregolatezze alimentari. Ma all'elenco va purtroppo aggiunta anche una serie di criticità strutturali in ambito sanitario.
Tra le “luci viola” accese simbolicamente in 27 Paesi del mondo, e gli eventi organizzati in varie città italiane - in particolare Roma, Milano, Napoli e Verona - da parte dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica e di diverse associazioni di pazienti, non è mancata infatti qualche parola di vera e propria denuncia. Anzitutto, il 95% dei pazienti italiani non è curato in centri specializzati, e questo è particolarmente grave per una patologia su cui l'intervento è delicato e ad alto rischio di complicanze.
“Inaccettabile”, commenta il direttore del Centro del Pancreas dell'IRCCS San Raffaele di Milano Massimo Falconi, notando che sono meno di venti i centri in Italia che eseguono più di tredici interventi l'anno. La questione dei “volumi” sembra centrale. “Un’analisi dei dati raccolti dal Ministero della Salute ha mostrato che in un ospedale con poca esperienza in chirurgia pancreatica, il paziente ha un rischio di morire 5 volte maggiore”, spiega.
Pochi i centri, e poche anche le risorse. Sebbene sia tra i tumori più diffusi, “il carcinoma pancreatico riceve meno del 2% di tutti i finanziamenti per lo studio del cancro in Europa”, lamenta Rita Vetere, Vice Presidente dell'Onlus Salute Donna, invocando “una chiamata alle armi che vada dalla ricerca alla prevenzione, intesa come attenzione alle terapie e agli stili di vita”. A proposito di questi ultimi, emerge un dato interessante: a differenza di altre patologie, sul pancreas la situazione è migliore nel Sud Italia, con circa il 27% di casi in meno rispetto al Nord, e il fenomeno è attribuito perlopiù alla dieta mediterranea, e in particolare a un maggior consumo di verdura e frutta fresca.
Le criticità suddette si riflettono sui dati sulla speranza di vita dei malati italiani, globalmente migliore sull’insieme dei tumori rispetto agli altri Paesi del Vecchio Continente, ma con l’eccezione proprio del pancreas. Esso presenta delle difficoltà oggettive anche in materia di possibilità di diagnosi precoce, ma proprio per questo gli esperti invocano un salto nell’attenzione pubblica al fenomeno. Sul piano scientifico, non mancano le novità, specie in materia di nanotecnologie. Il direttore di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona Giampaolo Tortora cita il caso del “paclitaxel legato all’albumina formulato in nanoparticelle”, dotato di un meccanismo di trasporto innovativo che “riesce ad arrivare alla radice del tumore”, rallendando la proliferazione della malattia, se non addirittura fermandola. Si tratta però di fare presto e meglio, anche dal punto di vista organizzativo.
Si chiama Graziano Pinna, originario di Oristano, laureato a Cagliari, con una carriera internazionale incentrata prima a Berlino e, ora, all’Università dell’Illinois, a Chicago, dove dirige uno dei più sofisticati laboratori mondiali per gli studi ormonali. È ritenuto un massimo esperto nella ricerca su depressione, ansia, sindromi post-traumatiche, specie per le sue ricerche su un particolare neurosteroide, chiamato “allopregnanolone” (o “allo”), prodotto dal cervello, scoprendone il ruolo nella regolazione del comportamento emotivo, e anche nella mediazione dell’azione farmacologica dei medicinali ansiolitici.
L’ultima novità in proposito, illustrata sulla rivista Neuropsychopharmacology, mette in relazione l’ambito depressivo con quello dei disturbi alimentari, e individua il nesso proprio in questo derivato dell’ormone femminile progesterone, che solitamente alimenta un umore positivo, di benessere. Già dimostrato che il suo difetto è associato ad alti rischi di depressione, ora emerge quanto esso sia a sua volta associato all’anoressia o, viceversa, all’obesità.
Gli studiosi americani coordinati da Pinna hanno coinvolto 36 donne, un terzo anoressiche, un altro terzo di peso normale, le altre in sovrappeso. Un aspetto cruciale è qui che nessuna aveva ricevuto diagnosi depressive o aveva ricevuto farmaci in proposito e, anche al seguito di esami specifici su altre variabili ormonali, non risultavano esposte a tali problematiche.
Il risultato delle analisi è che i livelli di allo erano inferiori del 50% nel primo gruppo rispetto al secondo, e, per quel che riguarda le persone in sovrappeso, il divario saliva addirittura al 60%. In altri termini, a parità di altre condizioni, il disturbo alimentare mette a rischio la presenza di tale ormone, fenomeno che può implicare effetti depressivi. Spesso si è argomentato che è il “problema psicologico” a provocare quello alimentare, ma qui si dimostra che vale anche il contrario.
Al di là degli approfondimenti che saranno necessari per capire meglio, e con sperimentazioni su più ampia scala, il dettaglio dei rapporti di causa ed effetto, la realtà che qui emerge è quella di una problematica ormonale associata a quella alimentare, con ricadute sui disturbi d’ansia. Interessante di per sé, ma rilevante anche, e forse soprattutto, per la ricerca. “Farmaci che incrementassero l’efficacia degli enzimi che convertono il progesterone in allo possono essere cruciali”, spiega Pinna. Alla cura delle sindromi depressive e, vista la correlazione, anche all’aiuto verso quelle alimentari.
Migliaia di consulti, un massiccio lavoro di informazione e sensibilizzazione, confronti tra addetti ai lavori e pazienti. L’appena trascorsa 26esima edizione della Giornata Mondiale del Diabete ha ribadito l’attenzione di molti al problema, ma anche la permanenza di diverse criticità, anzitutto sui numeri. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) i diabetici nel 1980 erano 108 milioni, oggi sono almeno 422 milioni, con proiezioni che sfiorano i 650 milioni nel 2040, nonché costi altissimi e crescenti, per le persone e i bilanci sanitari.
I dati riflettono solo marginalmente l’aumento della popolazione, indicano piuttosto un progressivo aumento dell’esposizione all’iperglicemia (eccesso di zucchero nel sangue) per il mutare degli stili di vita, specie in ambito alimentare. La prevalenza in Italia è del 5,3% (ma secondo la Società Italiana di Diabetologia, Sid, è addirittura al 6,2%), ed è circa raddoppiata rispetto a 37 anni fa.
Non mancano le speranze di un’inversione di tendenza innescata dalla scienza. Di questi giorni ad esempio l’annuncio degli studiosi dell’Università di Milano (in collaborazione con Harvard), che sarebbero riusciti a ottenere la remissione del diabete di tipo 1 in un modello murino tramite l’infusione di “cellule staminali ematopoietiche ingegnerizzate”, rilanciando gli orizzonti promettenti della ricerca in tale ambito, ma, nell’attesa delle agognate ricadute cliniche il quadro rimane preoccupante.
L’ultimo rapporto della stessa Sid, redatto previa un’osservazione di oltre 10 milioni di italiani, pur riscontrando “ampie aree di miglioramento e la cura del diabete”, rileva problematiche che chiamano in causa anche i medici e ai pazienti. Ai primi si invoca un “maggiore rigore prescrittivo”, ai secondi una maggiore attenzione e aderenza terapeutica; tra l’altro, si nota che solo “la metà delle persone con diabete esegue il monitoraggio glicemico domiciliare”. Inoltre, si raccomanda di tenersi alla larga dal proliferare di “fake news” che disseminano improbabili “miracolosi” rimedi, e di far sempre riferimento all’esperto per le proprie scelte di cura.
Ma questo vuol dire anche un’altra cosa, assolutamente cruciale: serve un salto in avanti nella comunicazione tra pazienti e operatori, con l’ausilio dei suoi strumenti più moderni. “L’assistenza dovrà evolvere verso un approccio più razionale e moderno, indirizzandosi in remoto, grazie dalle tecnologie digitali”, spiega Domenico Mannino, Presidente dell’Associazione Medici Diabetologi. Sperimentazioni di sistemi di telefonia e app per aiutare i pazienti a gestire il diabete e a comunicare tempestivamente coi medici sono del resto già in atto perfino in aree difficili del pianeta, col sostegno dell’Oms, che rivendica: “col Ramadan, tra India ed Egitto, abbiamo raggiunto 175mila persone”.
È un disagio esteso quanto sottaciuto, sul quale però è grave la sofferenza dei bambini coinvolti, e anche dei loro genitori. Fare la pipì a letto è un disturbo che può gravemente inficiare l’autostima dei piccoli, nella delicata età della crescita. Il problema di fondo è che permane un tabù degradante, e che questo tabù si alimenta di un concetto, a volte anche tra gli adulti e, quantomeno nel recente passato, perfino tra gli addetti ai lavori, ossia che esso sia dovuto a una qualche sorta di profondo stress, trauma o disturbo psicologico.
Preconcetto completamente sbagliato, hanno rimarcato in questi giorni gli esperti riuniti in un convegno al Senato dalla Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (Sipps). Lo stress, la scuola, il freddo, le liti o le separazioni domestiche possono incentivare il fenomeno, ma nell’opinione oramai prevalente degli specialisti, non ne sono affatto la causa primaria.
E al preconcetto errato se n’è accompagna un altro, quello per cui ci sia poco o nulla da fare. Tutto questo, incrociato col permanere del tabù, alimenta una tendenza purtroppo ancora troppo diffusa tra le famiglie: quello che non si affronta realmente e pragmaticamente il problema, mentre il bimbo avrebbe serio bisogno di aiuto, dai genitori, e i genitori dal pediatra. “Ritardare di affrontarlo ha ripercussioni importanti: il bambino che ha paura di bagnare il letto, spesso si vergogna, è frustato, può aver problemi di autostima, dorme poco o male, con ripercussioni anche sul rendimento scolastico”, avverte il presidente della Sipps Di Mauro.
Sul da farsi, non mancano i consigli di “rimedi naturali” (oltre al quello psicologico di tutelare comunque la serenità del bambino). Ci sono i fiori di Bach, le tisane, di camomilla o tiglio, che aiutano il rilassamento, da consumare comunque non subito prima di coricarsi, per non riempire la vescica. Idem per l’orario delle cene, in cui l’acqua va bene, mentre sono da evitare pesanti brodi o cibi troppo salati. Naturalmente, svuotare del tutto la vescica e magari concentrarsi un po’ sull’obiettivo di non bagnare il letto.
Tutto questo però può non bastare, ma a quel punto l’imperativo è quello di non scoraggiarsi, perché i rimedi, per l’appunto, ci sono. Il disturbo è anzitutto fisiologico, e può anche banalmente derivare da un eccesso di profondità del sonno che azzera “l’allerta” della pipì in arrivo. In quanto fisiologico, esistono risposte mediche. “Per esempio con soluzioni farmacologiche capaci di regolare il traffico di acqua a livello renale, alterato nei bambini con enuresi”, spiega Maria Laura Chiozza, urologa a Padova. A cinque anni, mediamente, “si impara a fare la pipì”, e anche a trattenerla, ma fra i cinque e i quattordici anni sono oltre un milione gli italiani coinvolti nel disturbo. Troppi, per quel che soffrono, e per quel che si può fare.
http://www.repubblica.it/salute/2017/11/07/news/enuresi_bambini-180496950/